Internet ci rende stupidi o intelligenti?

Chi di voi ha mai sentito parlare della ricerca che dice che dal 2000 al 2013 la nostra attenzione è passata da 12 a 8 secondi e che addirittura siamo meno attenti di un pesce rosso che invece riesce a mantenere la sua attenzione per 9 secondi? Si tratta della ricerca Microsoft Canada 2015.

A seguito di questa ricerca sono partiti i soliti titoloni di giornale con allarmismo generale: la tecnologia ci rende più distratti e più stupidi? Da lì i libri come quello di Spitzer Manfred “Cyberkrank: wie das digitalisierte Leben unsere Gesundheit ruiniert”, (che tradotto significa Cyber-malato: come la vita digitale rovina la nostra salute) o come quello di Nicholas Carr con il suo libro “Internet ci rende stupidi?”, hanno avuto i loro momenti di gloria. Ma c’è anche chi la pensa diversamente come Marc Prensky con i suoi libri “La mente aumentata. Dai nativi digitali alla saggezza digitale” a “Mamma non rompere. Sto imparando”. Come sempre ogni verità dipende da che punto di vista osserviamo le cose.

Andiamo oltre invece che fermarci alla notizia sensazionistica

Questo il motivo per il quale non mi soffermo sul sensazionismo e allarmismo del pesce rosso ma cerco di contiuare a viaggiare dentro le cose e dentro le notizie facendomi una domanda: di che tipo di attenzione stiamo parlando? Quella prolungata? Quella selettiva o quella alternata?

Tra il 2000 e il 2013, anni in cui la ricerca ha raccolto i dati e quindi i relativi scostamenti di cose ne sono successe, una in particolare, una che ha cambiato non solo le nostre vite ma anche il nostro cervello. Eh già, pure quello, visto che il cervello ha due proprietà: flessibilità ed elasticità, e per fortuna, aggiungerei!

Era il 9 gennaio 2007

“A widescreen iPod with touch controls, a revolutionary mobile phone and a breakthrough internet communications device”, queste le parole utilizzate da Steve Jobs sul palco del Macworld a San Francisco. Un iPod con schermo ampio e controlli touch, un telefono rivoluzionario e un rivoluzionario dispositivo per la navigazione su internet.

Da quel momento, ma forse già da prima, di attenzioni ne abbiamo tre: prolungata, selettiva e alternata.

Non è quindi questione di essere diventati meno attenti, più distratti o più stupidi ma semplicemente di diventare consapevoli di quanti tipi di attenzione ci sono e siamo in grado di utilizzare. Non necessitiamo solo dell’attenzione prolungata, quella dei banchi di scuola o delle interminabili riunioni (ma lì forse servirebbe quella selettiva), ma anche appunto, di quella selettiva che non ci fa perdere di vista il nostro obiettivo di ricerca mentre navighiamo su internet passando da un link di Tim Berners-Lee (co-inventore del World Wide Web) all’altro. Dobbiamo avere anche la capacità di essere attenti in modalità alternata (un po’ come quando le donne arrivano a casa la sera dopo il lavoro, correggono i compiti dei figli mentre parlano con il marito della discussione in ufficio e intanto preparano la cena ricordando all’ormai stordito interlocutore di prendere il lievito di birra il giorno dopo per la pizza fatta in casa dell’indomani).

E qui, cari uomini, non avete scuse, non è una prerogativa delle donne, se volete avere successo, non solo nel supportare (e sopportare) la vostra dolce metà, ma anche sul lavoro, dovete imparare ad usare anche voi l’attenzione alternata.

Pertanto, non importa se siamo meno attenti di un pesce rosso, non sarà quello a.renderci più stupidi, l’importante è sapere che tipo di attenzione usare nelle varie situazioni, per non finire a fare un check dei nostri social media ogni dieci minuti o di perdersi nella rete, questa volta del web.

E anche questa consapevolezza ed uso appropriato dell’attenzione fa parte del Digital Mindset e rientra nella seconda agilità del digital mindset: l’agilità cognitiva.