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Social Fiction e Futuro Anteriore

Siamo di fronte a un cambiamento importante. E fin qui nessun dubbio. Ma quale non ce lo dice nessuno. Questo è il momento in cui possiamo far fare “clic” a un intero Paese e iniziare a dare forma concreta alla vita del “dopo”. Quando “dopo” uscirò, come voglio che sia il mio mondo? Ho ascoltato Francesca Folda durante un CafFerpi e mi ha fatto riflettere.

Voglio davvero tornare in una metro affollata o in un centro commerciale con le luci al neon con guanti e mascherina o voglio vivere un mondo diverso?

In Stark Trek la famosa coffee mug si era materializzata con una sorta di tele-trasporto, oggi abbiamo la stampante 3D: quello che l’uomo riesce a immaginare riesce anche a creare e quindi perché non partire da una sorta di Social Fiction e immaginare la società nella quale vogliamo vivere il nostro “dopo”? Se niente sarà più come prima, davvero pensiamo di andare a prendere il sole in una spiaggia dentro un box in plexiglas oppure è possibile pensare a un modo diverso di popolare le nostre spiagge?

Il futuro anteriore, descritto molto bene da un libro della Palestra di Scrittura, ci aiuta a partire da quel preciso punto di arrivo dove vogliamo proiettarci per ripercorrere poi a ritroso tutti gli step necessari ad arrivare concretamente lì.

Quando Greta Thunberg parlava di responsabilità individuale nel ridurre l’inquinamento, pensavamo che questo non fosse possibile, perché le nostre case in un modo o nell’altro andavano riscaldate. Ora, le nostre case le riscaldiamo comunque eppure riusciamo a vedere un cielo stellato dai tetti milanesi. Certo, siamo stati costretti a lasciare le auto a casa, ma abbiamo anche la prova che quello che respiriamo dipende da noi.

Fare innovazione, come dice anche Alf Rehn nel suo libro Innovare davvero, significa smettere di parlarne a vuoto e costruire culture profondamente creative. La vera innovazione è la capacità di trasformare l’innovazione in qualcosa di significativo per le persone.

Quale miglior innovazione quindi se non quella di creare città più vivibili all’aria aperta con piste ciclabili, vie “camminabili”, parchi con attrezzi per fare sport all’aria aperta, fontane per lavarsi le mani e riempire le nostre bottigliette invece che inquinare l’ambiente con quelle di plastica?

Il mio futuro anteriore lo ho messo su carta con il progetto A Scuola nel Mondo, adesso a ritroso definisco i passi che mi porteranno a concretizzarlo. E tu il tuo futuro anteriore lo hai scritto?

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IL VUCA del Coronavirus

Pare quasi di essere in un film. Instagram non aveva caricato il video (clicca qui per vederlo) che avevamo fatto io con Alessia Liparoti, Barbara Mazzolai e Riccardo Manzotti come teaser al mio evento di presentazione del libro a Milano il 26 febbraio 2020. Ho caricato due post sulla cancellazione e posticipo a data da definirsi dei due eventi a Bassano (25 febbraio) e Milano (26 febbraio) per attenerci alle disposizioni del ministero rispetto al Sars-CoV-2. Il Sars-CoV-2 è il nome ufficiale del Coronavirus che aveva ricevuto precedentemente il nome provvisorio 2019-nCov, mentre la malattia che ne deriva è chiamata COVID19. Dare il giusto nome alle cose è fondamentale e anche i Virus vogliono la loro giusta parte. Ti pare che la mia curiosità non andasse ad indagare oltre? Comunque, tornando al mio post: proprio in mezzo appare il nostro video dove invitiamo tutti all’evento milanese (questione di tempi di caricamento decisamente diversi). Ironia della sorte, penso. Quasi grottesca l’immagine che mi appare sul mio profilo Instagram. Faccio uno screenshot:

screenshot mio Instagram

Il purgatorio della connessione?

Esco a cena, tutti parlano del Corona Virus, a destra a sinistra, italiani e stranieri. Treni vuoti, ritardi, guantini di gomma, mascherine (esplode la pubblicità su Instagram di mascherine di tutti i tipi, Amuchina a 109€ su Amazon, a Londra le mascherine antivirus sono arrivate da 10 pense a 3 pounds, i supermercati sono stati svuotati da tutto quello che disinfetta, ho cercato l’alcohol in ben tre supermercati ma niente (si può disinfettare anche con la vodka mi chiedo? Quella ce l’ho in casa per l’immancabile Moscow Mule). Devo andare dal medico: sala d’aspetto impenetrabile, ci rinuncio, no meglio fare online, per fortuna che la ricetta arriva direttamente in farmacia, almeno nel mio comune. Mi devo ricordare di corrompere il mio farmacista di paese per l’Amuchina, magari me ne spaccia qualche flaconcino sotto banco. Anche a Verona sta dilagando il panico. Ha proprio ragione, come sempre, Ilaria Capua: “Misurate le parole, non deve esplodere il panico”. Eppure nel panico già ci siamo, scuole chiuse, eventi disdetti, centri culturali chiusi, cerimonie cancellate. Forse sarà la primavera dove ci sposeremo meno degli ultimi dieci anni (anche i Wedding Planner subiranno la crisi?). Chissà, forse saremo costretti tutti a diventare più digitali e forse, una volta tanto, la connessione online non sarà etichettata come forma moderna di alienazione dalla realtà ma come salvezza dei rapporti umani per chi vive nelle zone rosse e rischia di sprofondare nel sentimento di isolamento. Almeno sai cosa accade fuori.

Nel mio libro “Nemmeno gli struzzi lo fanno più. Vivere bene con l’Intelligenza Artificiale”, parlo del mondo VUCA, un acronimo inglese per descrivere le caratteristiche dell’attuale ambiente di oggi in cui vivono imprese ed individui: volatilità (Volatility), incertezza (Uncertain), complessità (Complexity), ambiguità (Ambiguity). Eppure tutto questo è di più… le notizie sono ancora più volatili, più incerte, capire la verità è decisamente complesso e non parliamo di quanto questo puzzle mediatico sia ambiguo! Il virus ha reso il mondo VUCA ancora più VUCA?

Siamo finiti su Tatooine per cercare la potenza oscura?

Le parole che si ripetono sono sempre queste: allarmismo, pandemia, alimentari, smart working e poi ancora le domande che si susseguono che facciamo e ci facciamo, quasi fossimo in una sorta di ipnosi apocalittica in cui ci parliamo addosso o vaghiamo con un sacchetto di plastica mezzo vuoto tra le corsie di un supermercato altrettanto vuoto (hai presente la scena del film degli Zombie 28 giorni dopo? Lo ho voluto rivedere recentemente, giusto per sdrammatizzare). I nostri pensieri sono il solito mantra: Sarà vero? Cosa c’è sotto? Complotto? Ci stanno nascondendo qualcosa?

Come al solito attribuiamo a qualcuno (mito o forza oscura che sia) un qualcosa, ma di questo ne parlo a sufficienza nel mio libro. Un attimo (giusto qualche frazione di secondo) di lucidità non guasterebbe: ma chi sta nascondendo cosa a chi? Di chi stiamo parlando? Una potenza oscura? Un mito crollato nascosto da qualche parte nella Galassia? Oppure siamo finiti sul pianeta di Tatooine alla ricerca di qualche membro della famiglia di Skywalker che ci possa salvare o perlomeno spiegare cosa sta succedendo? Magari anche noi dovremmo pensare ad una Alleanza Galattica come nel film di Star Wars stabilendo relazioni amichevoli tra le diverse “colonie”, visto che altri “tipi” di alleanze al momento parrebbero risultare difficili. In ogni caso, qualora io non fossi reperibile, mi trovate a Mos Espa, nel palazzo di Jabba the Hutt, forse lì non mi serve l’Amuchina.

Tatooine

Verso il Ponte dei Sospiri con Fiducia

A chi dare quindi credito in questa vuchissima situazione? A chi dare Fiducia? In chi? In cosa? Nel medico, nei media? Internet? L’amico che lavora in ospedale? Le chat delle mamme?

Maschera veneziana solitaria
La Fiducia verso il Ponte dei Sospiri

E cosa significa poi fiducia in un momento come questo? Quale sembianza assumerebbe? Oggi è martedì grasso: in questo momento per me la Fiducia potrebbe essere l’immagine di una maschera veneziana che vaga sola nella nebbia verso il Ponte dei Sospiri.

Coronavirus’ VUCA

It almost feels like we’re in a movie. Instagram had not uploaded the video (click here to see it) that I had done with Alessia Liparoti, Barbara Mazzolai and Riccardo Manzotti as teaser at my book presentation event in Milan on February 26, 2020. I uploaded two posts regarding the cancellation and postponement (date to be defined) of the two events in Bassano (25 February) and Milan (26 February) to comply with the provisions of the ministry with respect to Sars-CoV-2. Sars-CoV-2 is the official name of the Coronavirus that had previously received the provisional name 2019-nCov, while the resulting disease is called COVID19. Giving the right name to things is fundamental and Viruses also want their fair share. Do you think that my curiosity would not investigate further? Anyway, going back to my post: right in the middle appears our video where we invite everyone to the Milanese event (a matter of decidedly different loading times). Ironically, I think. The image that appears on my Instagram profile is almost grotesque. Here is a screenshot:

screenshot mio Instagram

The purgatory of the connection?

I go out to dinner, everyone talks about the Corona Virus, left and right, Italians and foreigners. Empty trains, delays, latex gloves, masks (the advertising on Instagram of masks of all types explodes, Amuchina at €109 on Amazon, in London the antivirus masks have gone from 10 pense to 3 pounds, supermarkets have been emptied from all that disinfects, I looked for alcohol in three supermarkets but nothing ( can you also disinfect with vodka, I wonder? I have it at home for the inevitable Moscow Mule). I have to go to the doctor: impenetrable waiting room, I give up, better to do it online, fortunately the medical recipe arrives directly in the pharmacy, at least in my town. I must remember to bribe my village pharmacist for Amuchina, maybe he gives me some vials under the counter. Panic is spreading in Verona too. As always, Ilaria Capua is right: “Measure your words, panic must not explode.” Yet we are already panicked, schools closed, events canceled, cultural centers closed, ceremonies also canceled. Maybe it will be the spring where we will get married the least in the last ten years (will Wedding Planners also suffer the crisis?). Who knows, maybe we will all be forced to become more digital and perhaps, for once, the online connection will not be labeled as a modern form of alienation from reality but as a salvation of human relationships for those who live in the red zones and risk sinking into the feeling of isolation. At least you know what’s going on outside.

In my book “Not even ostriches do it anymore. Living well with Artificial Intelligence “, I speak of the VUCA world, an English acronym to describe the characteristics of today’s environment in which businesses and individuals live: volatility , uncertainty, complexity, ambiguity. Yet there is more to all this… the news is even more volatile, more uncertain, understanding the truth is decidedly complex and let’s not talk about how ambiguous this media puzzle is! Did the virus make the VUCA world even more VUCA?

Did we end up on Tatooine to search for the dark power?

The words that are repeated are always these: alarmism, pandemic, food, smart working and then the questions that follow, that we ask others and ourselves, as if we were in a sort of apocalyptic hypnosis in which we talk to each other or wander with a bag of half-empty plastic in the aisles of an equally empty supermarket (do you know the scene of the Zombie movie 28 days later? I wanted to see it recently, just to take the edge off). Our thoughts are the usual mantra: Will it be true? What’s really going on? Conspiracy? Are they hiding something from us?

As usual, we attribute something (myth or dark force) to someone else, but I speak enough of this in my book. A moment (just a few fractions of a second) of lucidity would not hurt: but who is hiding what from whom? Who are we talking about? A dark power? A collapsed myth hidden somewhere in the Galaxy? Or have we ended up on the planet of Tatooine looking for some member of the Skywalker family who can save us, or at least explain to us what’s going on? Maybe we should also think of a Galactic Alliance as in the Star Wars movie by establishing friendly relations between the different “colonies”, given that other “types” of alliances at the moment would seem difficult. In any case, if you can’t reach me, you will find me in Mos Espa, in the Jabba the Hutt palace, perhaps I do not need the Amuchina there.

Tatooine

To the Bridge of Sighs with Confidence

So who should we give credit to, in this very vague situation? Who can we Trust? In whom? In what? Doctors, the Media? Internet? The friend who works in the hospital? Mom’s chats?

And what does trust mean in times like this? What semblance would it take? Today is Shrove Tuesday: at this moment, for me Confidence could be the image of a Venetian mask that wanders alone in the fog towards the Bridge of Sighs.

Internet ci rende stupidi o intelligenti?

Chi di voi ha mai sentito parlare della ricerca che dice che dal 2000 al 2013 la nostra attenzione è passata da 12 a 8 secondi e che addirittura siamo meno attenti di un pesce rosso che invece riesce a mantenere la sua attenzione per 9 secondi? Si tratta della ricerca Microsoft Canada 2015.

A seguito di questa ricerca sono partiti i soliti titoloni di giornale con allarmismo generale: la tecnologia ci rende più distratti e più stupidi? Da lì i libri come quello di Spitzer Manfred “Cyberkrank: wie das digitalisierte Leben unsere Gesundheit ruiniert”, (che tradotto significa Cyber-malato: come la vita digitale rovina la nostra salute) o come quello di Nicholas Carr con il suo libro “Internet ci rende stupidi?”, hanno avuto i loro momenti di gloria. Ma c’è anche chi la pensa diversamente come Marc Prensky con i suoi libri “La mente aumentata. Dai nativi digitali alla saggezza digitale” a “Mamma non rompere. Sto imparando”. Come sempre ogni verità dipende da che punto di vista osserviamo le cose.

Andiamo oltre invece che fermarci alla notizia sensazionistica

Questo il motivo per il quale non mi soffermo sul sensazionismo e allarmismo del pesce rosso ma cerco di contiuare a viaggiare dentro le cose e dentro le notizie facendomi una domanda: di che tipo di attenzione stiamo parlando? Quella prolungata? Quella selettiva o quella alternata?

Tra il 2000 e il 2013, anni in cui la ricerca ha raccolto i dati e quindi i relativi scostamenti di cose ne sono successe, una in particolare, una che ha cambiato non solo le nostre vite ma anche il nostro cervello. Eh già, pure quello, visto che il cervello ha due proprietà: flessibilità ed elasticità, e per fortuna, aggiungerei!

Era il 9 gennaio 2007

“A widescreen iPod with touch controls, a revolutionary mobile phone and a breakthrough internet communications device”, queste le parole utilizzate da Steve Jobs sul palco del Macworld a San Francisco. Un iPod con schermo ampio e controlli touch, un telefono rivoluzionario e un rivoluzionario dispositivo per la navigazione su internet.

Da quel momento, ma forse già da prima, di attenzioni ne abbiamo tre: prolungata, selettiva e alternata.

Non è quindi questione di essere diventati meno attenti, più distratti o più stupidi ma semplicemente di diventare consapevoli di quanti tipi di attenzione ci sono e siamo in grado di utilizzare. Non necessitiamo solo dell’attenzione prolungata, quella dei banchi di scuola o delle interminabili riunioni (ma lì forse servirebbe quella selettiva), ma anche appunto, di quella selettiva che non ci fa perdere di vista il nostro obiettivo di ricerca mentre navighiamo su internet passando da un link di Tim Berners-Lee (co-inventore del World Wide Web) all’altro. Dobbiamo avere anche la capacità di essere attenti in modalità alternata (un po’ come quando le donne arrivano a casa la sera dopo il lavoro, correggono i compiti dei figli mentre parlano con il marito della discussione in ufficio e intanto preparano la cena ricordando all’ormai stordito interlocutore di prendere il lievito di birra il giorno dopo per la pizza fatta in casa dell’indomani).

E qui, cari uomini, non avete scuse, non è una prerogativa delle donne, se volete avere successo, non solo nel supportare (e sopportare) la vostra dolce metà, ma anche sul lavoro, dovete imparare ad usare anche voi l’attenzione alternata.

Pertanto, non importa se siamo meno attenti di un pesce rosso, non sarà quello a.renderci più stupidi, l’importante è sapere che tipo di attenzione usare nelle varie situazioni, per non finire a fare un check dei nostri social media ogni dieci minuti o di perdersi nella rete, questa volta del web.

E anche questa consapevolezza ed uso appropriato dell’attenzione fa parte del Digital Mindset e rientra nella seconda agilità del digital mindset: l’agilità cognitiva.

Augmented authenticity and Kintsugi

This week my Worldschooling took me to Japan, a country that I can’t wait to visit obviously to learn, because this has always been the driver that leads me to travel with my son, even now that I can only do it virtually. I want to learn the art of Kintsugi, an art that led me to this reflection.

Corona Virus Time. Everyone is at home, without a hairdresser, without make-up, without the desire to take off our tracksuit and suddenly even for the most loved Influencers, the hunt for content has begun. When the shape loses importance, the substance remains and those who have something interesting to say continued to do so, those who no longer had brands to advertise through trendy photos suddenly fell into the silence of Dinouart (the abbot who wrote the beautiful book the art  of silence), and thank goodness, I must add.

Augmented reality and augmented authenticity

Words took their revenge on images, as if at a time when a virus questioned everything, there was almost the need to have something true and tangible, and where in the midst of all the fake news, the desire for authenticity made us take a step back. The world we had built up to that moment collapsed and us along with it, and together with a new world we had to re-emerge for who we are, with hair regrowth, with gel-free nails, and without make up. In my opinion, authenticity has taken its revenge and social media have been populated not only with photos of our holidays but also with webinars and tangible messages.

Kintsugi and the beauty of imperfection

We have perhaps discovered that this new authenticity can be our Kintsugi: the Japanese art of putting together the pieces of a broken cup with gold. An ancient art, with a meaning that goes far beyond mere technique, a manual gesture, and that comes precisely from the composition of two words: kin (gold) and tsugi (reunite, repair, put together). Today this art is practiced by many craftsmen in Japan, and it can even take up to a month to repair a cup, but what strikes me is the possible analogy with our authenticity. The blows that life has inflicted on us have become part of us and have certainly left scars, our mistakes have left their mark. Ver well, the Kintsugi would say. Sometimes they even left grooves, even better: they are part of our authenticity and those same scars, those errors, those flaws, make us touch with our hands how precious our life can be, even if imperfect, and it is precisely those cracks that make it our authenticity unique and unrepeatable. If a cup falls and breaks, if it breaks into a thousand pieces, it is not thrown away, it is reassembled: in the same way we could recompose an augmented authenticity in this augmented reality, not an avatar, but ourselves as we are. This will make us, our organization, our unique brand, true and above all credible.

To be honest, we somehow knew even before  that authenticity pays, but perhaps we thought that those who can afford it are only the perfect characters. Kintsugi teaches us that uniqueness and beauty lie in imperfection.

In augmented reality the risk of losing credibility has increased

According to the definition of the Accademia della Crusca, on closer inspection we can understand that on the contrary, not being authentic, all the more so in an augmented reality, means risking being not only exposed, but losing authority and value. Augmented authenticity also implies to rethink the concept of perfection, as the facade of aliases and perfect lives, such as that of green and digital slogans, could collapse and be exposed by the same medium that created that perfection.

The Internet is not a non-place, o rather: for many it has become almost the only place to study, work and find  meet

This does not mean that I am now urging you to publish a photo with the bags under your eyes. When you head to the office, I’m sure you comb your hair and put some make up on, right? Going on social networks is a bit the same thing: you go someplace, you enter a room. The internet is not a non-place as many are led to believe, the internet, like social networks are a place, a room, like the ones you are invited to when you  use Zoom, a room that is just as real, albeit virtual, therefore dress up, put make up if you’d like, and then go, but don’t forget that you are entering an augmented reality with your augmented identity, and an authenticity that requires at this point to be augmented.

Augmented reality, augmented identity and augmented authenticity: a continuous pact

We live in the paradox of a mediated reality, which however needs to find stay authentic, and even the relationships that we build on the internet or we find ourselves having to carry out on the web do not escape the need for trust. The digital world has increased our reality, it has become potentially immense, and as such in this augmented reality, our identity has also increased. Our value and who we are enters this dimension, it is amplified and therefore requires in an amplified way to be true and authentic albeit mediated, it requires a continuous pact between who I am and what others expect of me.

Second life no longer exists: you only have one-life. Fluid between online and offline

On social networks and on the internet we are the same person, we cannot think of becoming someone else, because this could make us victims of our own lies, and the sacrificial lamb would be our credibility. Kintsugi teaches not to mask flaws, but to cover them with gold so that they become something beautiful, since they are unique. Likewise through the internet, we can increase our authenticity and thus our credibility, and the first authenticity pact is with ourselves.

Why is empathy a hard skill

“Follow your heart” my grandmother used to tell me. But does the heart talk? And does it think?

My Worldschooling (the virtual school trip I have already started) led me to explore whether what my grandmother told me was just a wise advice, or if it could conceal another truth.

Empathy is not a soft skill but a hard skill

This is demonstrated by the studies carried out by the Heartmath Research Institute (the mathematics of the heart) with which I got in touch, after several emails, and a reply from Gaby Boehmer. As you may have guessed by now, my curiosity leads me to travel within things and places, and this time it has taken me to California, and more precisely to Santa Cruz Mountains, to Rollin McCraty. After the certification as EQ Assessor (Six Second) with Joshua Freedman I looked for the scientific basis that would give me the proof of this thesis. What can I say?  I’m like St. Thomas: I have to see it with my own eyes. Keep reeding here.

Autenticità aumentata e Kintsugi

Il mio Worldschooling questa settimana mi ha portato in Giappone, un paese che non vedo l’ora di visitare ovviamente per imparare, perché questo è da sempre il driver che mi porta a viaggiare con mio figlio, anche ora che posso farlo solo virtualmente. Desidero imparare l’arte del Kintsugi, un’arte che mi ha portato a questa riflessione.

Tempo di Corona Virus. Tutti reclusi in casa, senza parrucchiere, senza trucco, senza la voglia di toglierci la tuta da ginnastica ed improvvisamente anche per i più amati degli Influencer è scattata la caccia al contenuto. Quando la forma perde importanza rimane la sostanza e chi ha qualcosa di interessante da dire continuato a farlo, chi non aveva più brand da pubblicizzare attraverso foto trendy improvvisamente si è calato nel silenzio di Dinourt (l’abate che scrisse il bellissimo libro l’arte di tacere), e meno male, mi viene da aggiungere.

Realtà aumentata e autenticità aumentata

Le parole si sono preso il riscatto rispetto alle immagini come se in un momento in cui un virus ha messo in discussione tutto, vi fosse quasi la necessità di avere qualcosa di vero e concreto e dove in mezzo a tutte le sassate di fake news il desiderio di autenticità ci abbia fatto fare un passo indietro. Il mondo che fino a quel momento avevamo costruito è crollato e noi insieme a lui e noi insieme ad un nuovo mondo siamo dovuti riemergere per quelli che siamo, con la ricrescita, con le unghie senza gel e con il viso struccato. L’autenticità si è presa a mio avviso la sua rivincita e i social si sono popolati non più solo di foto delle nostre vacanze ma anche di webinar e di messaggi concreti.

Kintsugi e la bellezza dell’imperfezione

Abbiamo forse scoperto che questa nuova autenticità può essere il nostro Kintsugi: l’arte giapponese di rimettere insieme i pezzi di una tazza di coccio con l’oro. Un’arte antica, con un significato che va ben al di là della mera tecnica, del gesto manuale e che viene appunto dalla composizione di due parole: kin (oro) e tsugi (riunire, riparare, ricongiungere). Oggi quest’arte viene praticata da molti artigiani in Giappone e per riparare una tazza possono anche impiegare un mese ma quello che mi colpisce, è la possibile analogia con la nostra autenticità. I colpi che la vita ci ha inflitto sono diventati parte di noi e hanno lasciato sicuramente cicatrici, i nostri errori hanno lasciato traccia. Bene, direbbe il Kintsugi. A volte hanno lasciato addirittura dei solchi, meglio: fanno parte della nostra autenticità e quelle stesse cicatrici, quegli errori, quei difetti, ci fanno toccare con mano quanto la nostra vita possa essere preziosa seppur imperfetta e sono proprio quelle crepe a rendere la nostra autenticità unica ed irripetibile. Se una tazza cade e si rompe, se cade in mille pezzi, non viene buttata via, viene ricomposta, ecco che allo stesso modo noi potremmo ricomporre in questa realtà aumentata una autenticità aumentata, non un avatar ma noi stessi per come siamo. Questo renderà noi, la nostra organizzazione, il nostro brand unico, vero e soprattutto credibile.

Anche prima a dir la verità sapevamo in qualche modo che l’autenticità paga ma forse pensavamo che chi se la può permettere sono solo i personaggi perfetti. Il Kintsugi ci insegna che nell’imperfezione sta l’unicità e la bellezza.

Nella realtà aumentata il rischio di perdere credibilità è aumentato

Recuperando la definizione dell’Accademia della crusca a ben vedere possiamo comprendere che al contrario, il non essere autentici, a maggior ragione in una realtà aumentata, significa rischiare di essere non solo venire smascherati ma di perdere autorevolezza e valore. L’autenticità aumentata implica un ripensamento anche del concetto di perfezione in quanto la facciata di alias e vite perfette, come quella di slogan green e digital, potrebbe crollare ed essere smascherata dallo stesso mezzo che aveva creato quella perfezione.

Internet non è un non-luogo, anzi: è diventato per molti quasi l’unico luogo dove studiare, lavorare e trovarsi

Questo non vuol dire che ora io ti stia sollecitando a pubblicare una foto con le borse sotto gli occhi. Quando esci per andare in ufficio immagino ti darai una pettinata ed ti metterai un filo di trucco, no? Andare sui social è un po’ la stessa cosa: vai in un luogo, entri in una stanza. Internet non è un non-luogo come molti sono portati a credere, internet come i social sono un luogo, una stanza, come quelle in cui vieni invitato quando fai una zoom di lavoro, una stanza altrettanto vera seppur virtuale, quindi vestiti, truccati se ti va e poi vacci ma non dimenticare che stai entrando in una realtà aumentata con la tua identità aumentata ed una autenticità che richiede a questo punto di essere aumentata.

Realtà aumentata, identità aumentata e autenticità aumentata: un patto continuo

Viviamo nel paradosso di una realtà mediata che però ha bisogno di ritrovarsi autentica e anche le relazioni che costruiamo su internet o ci ritroviamo a dover mantenere sul web non si sottragono al bisogno di fiducia. Il mondo digitale ha aumentato la nostra realtà, essa è diventata potenzialmente immensa e come tale in questa realtà aumentata anche la nostra autenticità è aumentata. Il nostro valore e quello che siamo entra in questa dimensione, si amplifica e richiede pertanto in maniera amplificata di essere vero ed autentico seppur mediato, richiede un patto continuo tra chi sono io e quello che gli altri si aspettano da me.

Second life non esiste più: hai solo una one-life. Fluida tra online e offline

Sui social e su internet noi siamo la stessa persona, non possiamo pensare di diventare qualcun altro perché questo potrebbe renderci vittima delle nostre stesse finzioni e l’agnello sacrificale sarebbe la nostra credibilità. Il Kintsugi insegna a non mascherare i difetti ma a coprirli di oro affinché diventino un qualcosa di bello in quanto unico. Allo stesso modo attraverso internet, noi possiamo aumentare la nostra autenticità e così la nostra credibilità ed il primo patto di autenticità è con noi stessi.


Perché l’empatia è una Hardskill

“Segui quello che ti dice il cuore” mi diceva mia nonna. Ma il cuore parla? E pensa?

Il mio Worldschooling (il viaggio A Scuola nel Mondo, quello virtuale e che ho già iniziato) mi ha portato ad esplorare se quello che diceva la nonna era solo un saggio consiglio o potesse nascondere un’altra verità.

L’empatia non è una softskill ma una hardskill

Lo dimostrano gli studi dell’Istituto di ricerca Heartmath (la matematica del cuore) con il quale sono entrata in contatto, dopo diverse email ed una risposta da parte di Gaby Boehmer. Come ormai avrete capito, la mia curiosità mi porta a viaggiare dentro le cose e dentro i luoghi e questa volta mi ha portata in California e più precisamente a Santa Cruz Mountains, da Rolling McCraty. Dopo la certificazione come EQ Assessor (Six Second) con Joshua Freedman ho cercato le basi scientifiche che mi dessero le prove di questa tesi. Che ci vuoi fare, sono come San Tommaso, devo metterci il dito.

I ricercatori di Heartmath hanno scoperto che il cuore è un sofisticato centro di codifica e ….

Continua a leggere qui.

Social Fiction and Future

We are facing an important change. No doubt. But what nobody tells us is that this is the moment when we can make an entire country “click” and start giving concrete form to the life of the “after”. When I’ll go out “after”, how do I want my world to be? I listened to Francesca Folda during a CafFerpi and she made me think.

Do I really want to go back to a crowded subway or to a mall with neon lights with gloves and a mask on or do I want to experience a different world?

In Stark Trek the famous coffee mug had materialized with a sort of tele-transport, today we have the 3D printer: what man can imagine can also create, and therefore why not start from a sort of Social Fiction and imagine the society in which we want to live our “after”? If nothing will be the same as before, do we really think of going to sunbathe on a beach inside a Plexiglas box or is it possible to think of a different way to populate our beaches?

The future, described very well in a book by the Palestra di Scrittura, helps us to start from that precise point of arrival where we want to project ourselves to then retrace all the steps necessary to actually get there.

When Greta Thunberg spoke of individual responsibility in reducing pollution, we thought this was not possible, because our homes had to be heated in one way or another. Now, we still heat our houses and yet we can see a starry sky from our Milanese roofs. Of course, we were forced to leave the cars at home, but we also have proof that what we breathe depends on us.

Making innovation, as Alf Rehn also says in his book Innovation for the Fatigued, means to stop talking about it in vain and building deeply creative cultures. True innovation is the ability to transform innovation into something meaningful for people.

What better innovation then if not to create more livable cities in the open air with bicycle paths, “walkable” streets, parks with gym equipment to do outdoor sports, fountains to wash your hands and fill our bottles instead of polluting the environment with plastic ones?

I put my future on paper with the WorldSchooling project, now backwards I define the steps that will lead me to make it happen. And have you written your future?

The leadership of the future is leaderless

The Leadership of the future is Leaderless: the Leader of the future is less Leader, less boss, but above all less control

On 09 July 2019 I published this article on Kongnews, with this subtitle. Today that future has arrived. Today, not only as leaders we cannot think we know everything, but we are not able to know even when we can reschedule our meetings, we cannot foresee our turnover and we cannot know if and how many customers afterwards will not only wait for us but will be able to request our services. We cannot know how our business will evolve nor what will become of the sector in which we work, whatever it is. Everything is connected, everything is suspended in a void that seems almost surreal to us. In July I was talking about the four abilities of the leader of the future that today, not even a year later, we must suddenly put into practice: not knowing, not being there, not producing, not speaking. I reread its, I bring it to my website that I didn’t have back then and I reflect. I reflect on how these did not materialize suddenly and we were NOT prepared.

Leaderless: because less is more, today more than ever

In the digital world and in a world that we now call VUCA almost fashionably, the keyword is “less”, or better “without” (Leaderless = without Leader). That’s right: the Leader of the future is less Leader, less boss, but above all less control, since we forget that anyways. This does not mean making everything drift away or even not knowing what to do in this sea of ​​volatility, uncertainty, complexity and ambiguity. Leaderless or “without” Leaders who think “I’ll tell you how it’s done”, “the boss certainly knows more” or “the boss is the most expert of all” (a situation that has led in many companies to have bad Leaders who should have simply remained specialists). Leaderless means above all having the “non-ability”. Of what? You ask. Of non, period. The ability of “Non” is difficult to learn, especially for those used to being a manager and directing and managing and giving orders left and right. I try to briefly summarize what I mean and which are the most important “nons”

The ability to not know

And here the first big chapter opens. For a manager who has always made the numbers with his great management and five-year strategic plans, it is not at all simple. Here, in fact, a real competence is required: on the one hand the leaders must humbly accept a fact and that is that they cannot know where we will go with certainty in this digital mutation and therefore they must tolerate – and I underline the word tolerate – not knowing. But there’s more. On the other hand, therefore, they must also be able to unlearn the superfluous and above all everything that is old and braking, the schemes adopted so far, the rules that were valid before and the processes that no longer work. In other words, they must learn to unlearn. Once we have recovered from this shock of managerial culture, which found a solid foundation for the situation in plain Malik and Drucker or Kotler, style we can continue with the second non.

The ability not to be there

As a Leader you get paid, and I also hope well! Otherwise, why take even more responsibility? But practically you have to learn not to be constantly bothering your collaborators, meaning you have to know how to let go. I don’t mean that now the Leader is going to do a little game of Golf and let his collaborators work under the July heat, but I mean the ability to let go, a bit like when you let your son cut his meat alone (and beware that some people still cut it to ten-year-old children!).

Today we cannot be there, at least physically, we lack our collaborators, our office, our old way of doing meetings, yet we must have faith in what happens even if we are not there, with them, as before, we have to let go.

The ability not to produce

Okay so now you say, that a Leader, who is perhaps even paid twice as much as his collaborators, must also not produce? And how does he earn the bonus? By creating value. That must be his product. Value for the customer, value for his collaborators, value for the company, value for suppliers, value for the entire ecosystem. The word “value” must become a mantra that resonates like the gong of a Buddhist clock.

Today not only must we not have production in mind as a single goal, but we cannot produce. We are forced to think of something else, what we can optimize, what we can change about our processes, what we can simplify, what we can learn while we wait to start over, for a place where we still don’t know when and how it will be. We review the contents because, we review the value, ours and what we are now able to give but above all what we want to give tomorrow, when all this will be over.

The ability not to speak

Last gem, and I’m really proud of this even if, I admit it shamelessly, I have to practice a little bit more on this last “not” as well. We say that awareness is already a good starting point, but this is another topic. Let’s go back to the last pearl of the fourth oyster, the most important “not”: the ability not to speak. My grandmother Germana said “Magna e tasi” which in the Trentino dialect means “eat and keep quiet”. In our case we could say: “Observe and keep quiet”. Yes, in short, but why, as leaders, must we always have our say? Why during an evaluation interview with the collaborator should we feel obliged to speak ninety percent of the time without having understood a thing regarding the motivations of our collaborator?

From Sun Zun to Dinouart

The art of war”, the master book for many managers (and those who have not read it or have not at least put it as a new year’s resolution to read it, raise your hand), it is no longer needed in the VUCA world. Bam, out of date. So if you have not read it, read it to understand why I am saying that it is out of date, otherwise you will not be able to reply that I am saying “bullshit”. Wait, can I write like this or will I get censored? In short, I would say that “bullshit” in the world of managers is a bit like the “petaloso” of that child who then turned it into a dictionary term. It’s part of the managerial vocabulary isn’t it? Anyway (here I am talking, or rather, I am writing too much), having done away with our Sun Zu of the art of war, we will have to replace it with something or someone better. No problem, jump out of the magic cylinder of the modern VUCA, the Abbot Dinouart. His art is another, but perfectly pertinent to the last “not”: the art of keeping silent!

Today’s keyword: keep quiet!

Already back in July 2019 this 4th was not a gem for me. Today it is a duty, for the good of all, in favor of a collective intelligence that has turned out to lead to global stupidity, because everyone, absolutely everyone, has arrogated the right to speak, as if they were all virologists, economists or experts of crisis communication. Be silent: this is not only the ability of a leader but what we should all exercise now. Stick to the rules and keep quiet.

Little Thumbling & a Surname for Italy

In the last weeks I was attending CafFerpi, every Tuesday and Thursday at 09.00am. I open the Facebook connection and it’s like opening the window at seven in the morning. Fresh air enters, I breathe deeply. Then I let myself be inspired, from Bruno Mastroianni to Vera Gheno, from Max Bustreo to Francesca Folda. They all have one thing in common: they start from words.

Words shape the reality around us, trace it and pursue it, like Ariadne’s thread or like Little Thumbling’s crumbs (one of my favorite fairy tales that my grandmother Germana used to tell me).

Felicia Pelagalli, together with the CultureSrl team and the University of Pisa is representing the words that are used on social networks with colored bubbles of different sizes, through the clustering or grouping of semantically similar words. They look like Kandinsky’s paintings: large circles for the most used words, small circles for those that are less used, different colors that represent their respective emotions and lines that link them together.

By monitoring the words on Social Media, not only can we shape reality but we can anticipate it, we can understand where a phenomenon is developing and we can also anticipate the spread of a Virus like Covid19.

Between March 20 and April 2, more than 1 million Tweets were typed on a keyboard, in Italian, to tell, express and describe thoughts and emotions about a Virus that took us by surprise, and not only dominated our lives forcing us at home but it has also dominated our language and vocabulary. The analysis of these data highlights what is happening in real time and can even anticipate what will happen next and where. Artificial Intelligence and algorithms become brushes of what is the reality that is gradually represented on our canvas.

This makes me wonder. If it is true that words create the canvases of our reality and these bind us to history, can they also create a new story? Could we influence, with words, the world to come? Can we create it first with words, and then actually live it? Can we describe a different world and then experience it on our skin?

When we name things, they begin to exist, they were not there before .

Click, click, click. I do my usual #connectingthedots and I remember when Simba, a Masai from Tanzania said to me: I don’t know when it’s my birthday, we are not registered with a name at the municipality, they just give one to you, and when you want, you give yourself a new one. You do not exist here when you are born, you only know that you live!

That’s it, I think that what we have to do now is go to the registry office of our country and register the name “Italy” by replacing the surname Pandemia, War and Crisis with another that we could choose between Project, Relaunch, Trust. I like Italy Trust.

And here begins our Future.

While waiting to leave, I imagine home schooling

School before was very different from how I am learning now with my teachers via the web during Covid19 because in the classroom you were with your classmates and did many more lessons but now you only do 3 hours at most. I imagine that home schooling will be similar to how I do school now, with the difference that I will not have lessons online but my mom will teach me.

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Phase 2: the uncertainty of the aftermath and the social recovery

It’s not easy to jump when you don’t know exactly what will happen after, but sometimes you have to just do it, making sure you have the right parachute: relationships and skills, and trust in both.

After a disaster we always see a phenomenon: that of polarizations. History teaches us that. In my opinion there will be two extremes that will develop in the aftermath, a fickle future, uncertain and improvised.

It’s true, we Italians are good at improvising, and during uncertain times our creativity comes out, but as even Francesco Rotondi highlighted in his article published on the Economist on May 7th, at the moment those who govern our country seem to lack a strategic vision, an organizational vision, and a system vision, and in my opinion we risk facing a pop quiz in the classroom without ever having opened the textbook, hoping that someone will pass us the answers from under the desk, we could have a stroke of luck or a sudden breakthrough, but the risk of failing is quite high.

Aside from not having a clear plan in terms of economic recovery, there is also no plan for the social recovery. Here too we could find ourselves facing two extremes: on one side the desire to go back to being together, perhaps reactivating the virus, and on the other side the distrust which will lead us to retreat within our borders and walls.

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